Nahr el Bared, Agosto 2010:
racconto di un breve esperimento di felicità
Dentro uno spazio, fuori dal tempo...
Nahr el Bared è un limbo.
E’ un limbo perché è un luogo e un non-luogo al tempo stesso. Luogo fisico e geografico, luogo di tentativi di vita, luogo di prove di rinascita. Ma è anche – o soprattutto – un non-luogo: lontano geograficamente dalla città, lontanissimo simbolicamente e materialmente da tutto il resto del Libano grazie alla minuziosa opera di distruzione operata dall’esercito libanese nel 2007; lontano dalla normalità grazie alle schiere di soldati che ogni giorno, con la loro sola presenza, rinferiscono continue ferite alla dignità dei palestinesi del campo. E infinitamente lontano dalla Palestina, molto più di quei 200 km che lo separano dal confine geografico con la loro terra. Probabilmente resterà un non-luogo perché probabilmente era proprio questa la ragione che scatenò la guerra nel 2007.
Arriviamo a metà mattinata con Il Comitato per Non Dimenticare Sabra e Chatila, dopo più di due ore di viaggio torrido tra Beirut e Tripoli. Alcuni di noi sono costretti a rimanere al campo profughi di Beddawi, circa 10, 15 km prima di Nahr el Bared, perché non hanno ottenuto i visti per accedere al campo. Questa è una delle peculiarità: si tratta dell'unico campo profughi palestinese presidiato DALL'INTERNO dall' Esercito Libanese. Per accedervi bisogna passare il controllo di uno dei cinque check point che ne presidiano gli ingressi, fatto questo che limita, se non preclude totalmente, la possibilità per gli abitanti dell'interno di avere contatti e relazioni commerciali con la popolazione libanese dei dintorni, con la quale, prima dei bombardamenti, c'era un fiorente commercio.
Sin dalla fine della criminale operazione israeliana Piombo Fuso del gennaio scorso, nella striscia di Gaza, sono stati registrati più di cinque casi che riguardano neonati che hanno una testa deformata e non sviluppata completamente. Queste nascite sono il risultato dovuto all’uso da parte delle forze di occupazione israeliane, nel bel mezzo di aree affollate, di armi a base di fosforo e uranio, vietate a livello internazionale.
Piccolo racconto di un breve ritorno nel mio paese natale - di Bassam Saleh
Premessa
Ansia e preoccupazione, mi hanno accompagnato per due settimane, prima ancora di decidere di partire. Non era una partenza di girino. Dovevo andare in Palestina occupata ad assistere al sesto congresso di Fatah che si terra a Betlemme. E’ da mesi che sto pensando a questo viaggio. Inquieto, perplesso dalla scelta del luogo, avevo espresso la mia contrarietà duramente e pubblicamente, e questo, forse, era una delle cause della mia preoccupazione. È un stato d’animo, difficile da descrivere.
Il campo profughi di Nahr al Bared, con suoi 40.000 abitanti, era il secondo per dimensioni in Libano, possedeva fino al 2007, l’economia più stabile e sviluppata fra tutti i 12 campi profughi palestinesi ufficialmente registrati sul territorio libanese. Era frequentato dai libanesi e anche dai vicini siriani, che godevano di prezzi competitivi e credito. Tra il maggio e il settembre del 2007, il campo è stato raso al suolo dall’Esercito Libanese, con il pretesto di estirparne le milizie di Fatah al Islam che vi si erano insediate. Il numero degli elementi armati di questa organizzazione non superava le quattrocento unità e nelle sue fila si contavano curdi, siriani, libanesi, sauditi e pochi elementi palestinesi estranei al campo.
Di ritorno a Nahr el Bared a 16 mesi dalla mia ultima vista, molte cose sembrano cambiate, anche se i cambiamenti rispetto al disastro e alla devastazione sono in realtà minimi e la situazione dei profughi è disperata. Il campo è tutt’ora occupato dall’Esercito Libanese, circondato da 5 check point con l’ingresso proibito a chiunque. I palestinesi devono mostrare l’ID ai check point ogni volta che entrano nel campo e spesso devono sottostare a controlli.
Campo di volontariato di Askar dal 10 e al 30 luglio 2009. Il racconto dell'esperinza di 6 giovani volontari di Zaatar.
Cosa abbiamo visto nei territori occupati.
Sorrisi, voglia di vivere, ospitalità, speranza, fede, voglia di ricostruire, voglia di futuro, voglia di emancipazione, fiducia nelle nuove generazioni, fiducia nella cultura.
Le forme della resistenza sono varie, e nessuna di esse è violenta.
Senza di tutto questo, la Palestina si sarebbe già spenta, cedendo definitivamente alla politica israeliana: occupazione, militarizzazione, apartheid, fascismo.
Senza i sorrisi e la voglia di vivere, le pietre scagliate contro i muri non avrebbero forza.
Report di Cri - volontario di Zaatar al campo profughi di Askar - Nablus
Sono felicissimo e ogni giorno è un esperienza che mi riempie il cuore di gioie e aime' dolori. Ma per quel che ho capito, questa è la Palestina!
Ieri siamo stati a Hebron, come sapete una delle citta' simbolo della resistenza palestinese. E' stao un impatto fortissimo vedere come vivono e cosa devono sopportare le famiglie palestinesi che vivono a stretto contatto coi coloni israeliani.
Ari: Sono solo pochi giorni che siamo qui a Nablus, eppure sembra di esser qui da mesi, e di conoscere questa gente, questi bambini, da sempre. La generosità, e la disponibilita degli uomini e delle donne di Nablus, è indescrivibile.
Tu le vedi da fuori le loro case, prefabbricati sconnessi e usurati; l'acqua poca ed è preziosa, sacchetti di spazzatura si rincorrono ovunque trascinati dal vento; da fuori appare solo una gran desolazione.
Riaprendo dopo giorni di silenzio. Scritture e stesuro che sfuggono nella continuita di queste intense giornate.
Cosi preso un quaderno e lasciando il tempo della scrittura all'accumularsi di piccoli sospiri piuttosto che ad un piu lungo –meditato- respiro, ritorno alle immagini di questa prima settimana di Palestina, fra i palazzi di Nablus.
Edo, come Gigi è un volontario zaatar impegnato nel campo di volontariato di Nablus - campo profughi di Askar.
siamo arrivati a Nablus da due giorni. Da Gerusalemme si passano due checkpoint, ma si passa da Israele alla Cisgiordania, quindi non abbiamo avuto problemi, non siamo stati nemmeno fermati.
Il taxi collettivo che abbiamo noleggiato, ci lascia davanti a un edificio chiuso. Chiediamo informazioni: in pochi minuti si forma attorno a noi un capannello di ragazzi palestinesi che non parlano inglese ma che restano accanto a noi, come a non volerci lasciare soli.
Gigi (pseudonimo) è un volontario Zaatar che si trova da pochi giorni in Palestina - al campo di volontariato di Nablus- nel campo profughi di Askar.
Oggi per la prima volta sono riuscito ad andare su internet da quando sono in Palestina!
C'e' la tastiera mezza ebraica e mezza araba, per cui non trovo le lettere accentate e l'apostrofo.
Ogni giorno e sempre piu' emozionante, anche la sistemazione della casa non e' male se non fosse che per due giorni dobbiamo dormire in un altro posto con poca acqua e scarafaggi, ma cosa volete che sia in confronto a quello che passano qui da tutta la vita! Poi ritorneremo in quella che era la nostra sistemazione originale, una casa molto dignitosa.
Ci scrive nuovamente Anna. Questa volta dalle colline a sud di Hebron, nei pressi dell'insediamento ebraico di Carmel.
Umm al kher e` un paesino piccino piccino, nel sud del sud della west bank. Il paesaggio e` spettacolare, quasi desertico, colline a perdita d’occhio. Gli abitanti di questo villaggio vivono li dagli anni 30, quando il babbo del babbo di chi ci vive ora ha comperato la terra. Gli abitanti di Um al kher sono beduini, ma non sono nomadi, da quando hanno comperato la terra. In questo villaggio ci sono solo 2 case di muratura, le altre sono tende, per ragioni di sicurezza e` per loro vietato costruire case, le case presenti hanno ricevuto l’ordine di demolizione, e anche le baracche di lamiera alle volte vengono demolite.
sabato 25 aprile 2009
VENERDI' SANTO
di Marcello Sordo, Urgenza Sanitaria Gaza.
Venerdì di passione. Assorto tra i canti di uccelli, i canti coranici vicini, i rumori attutiti dalla festività e dalla sabbia. Percepisco la sigaretta appesa al nulla, un nulla che assorbe la passione di questa terra, che si sforza di comprendere la naturale dolcezza di un popolo sofferente, che si perde nella complessa vastità che lo accoglie, circondato da giardini curati e case rese monche da una perpetua privazione.
a tutti coloro che non il loro supporto e sostegno mi hanno permesso di continuare a lottare in difesa dei diritti umani, così spesso violati in queste lande dimenticate.
Se sono ancora vivo, in parte è merito dell'attenzione che mi si è creata intorno.
Azione urgente per i bambini palestinesi di Tuba e Maghaer-al-Abeed
Operazione Colomba e Christian Peacemaker Teams (CPT) esprimono preoccupazione per l'incolumità dei bambini palestinesi dei villaggi di Tuba e Maghaer-al-Abeed che frequentano la scuola elementare di At-Tuwani. I bambini affrontano quotidianamente un insidioso cammino tra l'insediamento israeliano illegale (secondo il diritto internazionale) di Ma'on e l'avamposto illegale (anche secondo la legge israeliana) di Havat Ma'on.
Pastori palestinesi resistono alla violenza e alle azioni di disturbo dei coloni israeliani
South Hebron Hills, Cisgiordania
[Nota: Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono da considerarsi illegali. Gli avamposti sono illegali anche secondo la legge israeliana.]
I primi quattordici giorni. Credo conclusa la prima fase di permanenza a Gaza. Già mi sentivo a casa, affacciato sul Mediterraneo, dal principio, ma ora mi sento perfettamente inserito nel contesto sociale e umano.
"Io sogno gigli bianchi
in un ramo d’olivo
un uccello che abbracci il mattino
sopra i fiori di limone.
Io sogno gigli bianchi
in una strada di canto
e una strada di luce…
o sogno
e voglio un cuore buono
che non sia pieno di fucili
e un giorno intero di sole.
Voglio un bimbo che all’alba sorrida
non un pezzo di ricambio
in strumenti di guerra.
Son venuto per vivere il sole
che sorge, ma non quello che tramonta.
E non ho voglia di morire
e combattere donne e bambini."
(M. Darwish)
Arriva un momento in cui mi viene voglia di ascoltare i Procol Harum. In quel preciso momento sento che c'è bisogno di sputare i pensieri raggomitolati in queste settimane...
L'assedio assediato - di Marcello Sordo, infermiere U.S.G.
Inizia questa narrazione, testimonianza, diario di viaggio da una serata di giubilo.
Si potrebbe pure dire un diario di bordo, considerato che Gaza è un gigante di vita che alterna luce e oscurità, un satellite strappato dall'orbita della globalizzazione, un lembo di terra che si muove circondato dal nulla, uno spazio-tempo ignorato dal mondo fatto di atavici gesti gentili e sorrisi, calessi trainati da muli e cavalli ben nutriti, un infinito percorso di lotta, stretto nella determinazione di un popolo che dal 1948 resiste a una condanna, la Nakba.
E' TEMPO di RICOSTRUIRE (per NON TORNARE PIU' a DISTRUGGERE)
C'è shabat e shabat (sabato 27 dicembre, inizio dell'attacco aereo alla Striscia di Gaza)!
Una parte della delegazione italiana composta da operatori sanitari, operatori umanitari, rappresentanti dei Comuni e giornalisti è rientrata ieri da una missione umanitaria nella Striscia di Gaza. Il primo esito positivo ottenuto dalla presenza di due enti locali, il Comune di Monterotondo e il Comune di Rimini è che con molta probabilità sarà organizzata una missione più ampia di amministratori locali entro la fine di febbraio.
Chi si occuperà dei bambini traumatizzati di Gaza? Tradotto da Anissa
Intervista in esclusiva di Anne Guion, 20-01-2009 al Padre Manuel Mussallam Prete catt. della Chiesa di Gaza.
Egli dirige una delle tre scuole cristiane del territorio, accoglie 1200 scolari. Sono le sole scuole miste della città dove i ragazzi dei 3000 cristiani di Gaza vengono istruiti. Raggiunto per tel. lunedì 19 gennaio, dopo averlo già incontrato al momento del nostro report sulla spiaggia di Gaza nell’Aprile 2008 unico luogo di svago per gli abitanti di Gaza.
DA GAZA IN DIRETTA : NOTIZIE E RIFLESSIONI - Dalla Redazione di TerraSantaLibera.org
Colloquio telefonico della nostra Redazione con Vittorio Arrigoni e la giornalista Angela Lano (InfoPal) da Gaza.
Verso l'ora di pranzo siamo riusciti a contattare e parlare con Vittorio Arrigoni, a Gaza, e con lui anche la giornalista italiana Angela Lano (dell'Agenzia InfoPal), che preferiremmo, come contribuenti, di gran lunga indagare al posto di quel Pagliara, che fin'ora ci ha propinato solo notizie-bidone e veline prestampate.
"Piombo fuso", il genocidio israeliano contro il popolo palestinese della Striscia di Gaza, deve rimanere nella Memoria collettiva come una mostruosità, una follia contro l'Umanità.
La piccola Striscia è tutta macerie e crateri provocati dai missili dell'aviazione, della marina e dell'artigliaria dello stato sionista.
DALLA STRISCIA, DOLORE E FIEREZZA
Khan Younes, giovedì 29 gennaio
Nonostante i proclami del governo egiziano, non è facile entrare nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah. Molte persone vengono respinte, altre devono aspettare giorni e mettere a frutto la non facile arte della pazienza contro i mille ostacoli posti dalla burocrazia, e non solo...
Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all' Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall'incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante.
Di Vittorio Arrigoni - pubblicato sul Manifesto di oggi.
Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell'amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell'aereonautica israliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un'ulteriore punizione anche da morti.
da Infopal - Intervista a Vittorio Arrigoni: stanno giocando a war-games contro Gaza.
domenica 11 gennaio. Abbiamo telefonato a Vittorio Arrigoni verso le 21,30, ora palestinese. Mentre parlavamo, gli apache israeliani bombardavano senza sosta Gaza City. Si sentiva il suono assordante provocato dai droni, gli aerei telecomandati.
Sono le sei di sera quando riesco a prendere la linea con Gaza. Ci abbiamo provato tutto il giorno ma senza successo. O la linea cadeva, o rispondeva in automatica un'operatrice che, nell'idioma oggi in uso in Israele, ci informava che l'utente non era al momento raggiungibile, di riprovare più tardi.
di Eva Bartlett - traduzione di Elisabetta per visitare il blog di
Eva clicca qui
13:13 di venerdì 2 gennaio
PERCHE' RESTIAMO
Le autorità israeliane hanno annunciato con benevolenza che oggi, 2 gennaio, settimo giorno di attacchi aerei su Gaza, agli internazionali è permesso di andarsene attraverso il valico di Eretz.
Mentre scrivo, la radio parla dell’ultimo attacco: il razzo di un drone ha colpito la zona vicino all’Università di Al Quds a Khan Younis, uccidendo 3 ragazzine tra i 10 e i 13 anni della stessa famiglia, al Astal.
Dall’alto di un palazzo nuovo, posso vedere le nubi nere dei
recenti attacchi. Verso nord, a Jabaliya, la casa di un leader di Hamas è stata
colpita,buttando giù 4 storie e gli occupanti al suo interno. Otre al leader di
Hamas, Nazar Iyam, si stimano come minimo 10 membri della famiglia, bambini
inclusi.
Nell'aria acre odore di zolfo, nel cielo lampi
intermezzano fragorosi boati.
Ormai le mie orecchie sono sorde dalle esplosioni e i miei occhi aridi di
lacrime dinnanzi ai cadaveri.
Mi trovo dinnanzi all'ospedale di Al Shifa, il
principale di Gaza, ed è appena giunta la terribile minaccia che Israele
avrebbe deciso di bombardare la nuova ala in costruzione. Non sarebbe una
novità, ieri è stato bombardato l'ospedale Wea'm. Insieme ad un deposito di
medicinali a Rafah,l’università islamica (distrutta), e diverse moschee sparse per tutta la striscia. Oltre a decine di installazioni
CIVILI.
Il mio
appartamento di Gaza dà sul mare, una vista panoramica che mi ha sempre
riconciliato il morale, spesso affranto da tanta miseria a cui
costretta una vita sotto l'assedio.
Prima di
stamane. Quando dalla mia finestra si è affacciato l'inferno.
Ci
svegliati sotto le bombe stamane a Gaza, e molte sono cadute a poche
centinaia di metri da casa mia.