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UN GIORNO A NAHR EL BARED – settembre 2009
testo e foto di Agnese Leo (Associazione Zaatar)
Arriviamo a metà mattinata con Il Comitato per Non Dimenticare Sabra e Chatila, dopo più di due ore di viaggio torrido tra Beirut e Tripoli. Alcuni di noi sono costretti a rimanere al campo profughi di Beddawi, circa 10, 15 km prima di Nahr el Bared, perché non hanno ottenuto i visti per accedere al campo. Questa è una delle peculiarità: si tratta dell'unico campo profughi palestinese presidiato DALL'INTERNO dall' Esercito Libanese. Per accedervi bisogna passare il controllo di uno dei cinque check point che ne presidiano gli ingressi, fatto questo che limita, se non preclude totalmente, la possibilità per gli abitanti dell'interno di avere contatti e relazioni commerciali con la popolazione libanese dei dintorni, con la quale, prima dei bombardamenti, c'era un fiorente commercio.
Arriviamo dunque di fronte a questo minuscolo spazio liminare che è il check point, uno ad uno sfiliamo all'interno del perimetro di una baracchetta in legno in cui c'è quasi solo posto per il metal detector. Superiamo questa soglia, e siamo “dentro”; e subito siamo costretti a fermarci, perché a Nahr el Bared non possono entrare apparecchi fotografici o videocamere. Il perché sarà evidente nelle ore successive...
Otteniamo il permesso di muoverci nel campo a patto di lasciare i nostri apparecchi dentro gli autobus, mentre noi saremo ospiti del centro Assoumud per la conferenza stampa organizzata per il Comitato.
La prima cosa che ti colpisce di Nahr el Bared è la polvere: le raffiche di vento dal mare ne sollevano a cumuli, continuamente, creando una specie di atmosfera nebbiosa in cui però fai fatica a respirare.. la polvere dei detriti della distruzione del 2007 ti entra nei polmoni, negli occhi: la senti penetrarti i pori della pelle, i vestiti, i capelli, persino le orecchie e la bocca. E' come essere nel deserto, con la differenza che qui, fino a meno di due anni fa, c'era una “città” .
Alcune zone del campo sono state ricostruite, in parte, soprattutto quella così detta del campo nuovo, sono tornati alla vita alcuni esercizi commerciali e i palazzi sono stati ricostruiti anche se, per la maggiore, solo a metà. Ma passando a un altro lato del campo, avvicinandosi al mare e al nucleo originale, il “campo vecchio”, lo scenario cambia sostanzialmente.
Dove c'era il campo vecchio ora è solo una distesa di sabbia, una landa desolata circondata dal filo spinato e piantonata dai militari dell'esercito libanese. Appena intorno, solo macerie. E' questo lo scenario che attraverso mentre, lasciato il Comitato ai suoi programmi, mi dirigo al Centro giovanile P.C.Y.I di cui saremo ospiti, per la giornata, io e altre due compagne dell’Associazione Zaatar.
Entrare nel Centro è come una boccata d'aria fresca: mi accoglie la musica assordante su cui ballano le ragazzine che stanno preparando lo spettacolo per la festa di fine Ramadan, e i visi sorridenti dei giovanissimi volontari che, tra risate e scherzi, ci coinvolgono nella preparazione del pranzo comune mentre ci dicono che tengono aperto il Centro “24 ore su 24” - spiegano - “ per permettere ai ragazzi che vivono situazioni familiari complicate di rifugiarsi qui ad ogni ora del giorno e della notte, ma anche per dare a tutti la possibilità di studiare e giocare e incontrarsi in uno spazio che non sia quello angusto dei container in cui molte famiglie vivono”.
I container li vedremo di lì a poco. Sono le “nuove case” degli abitanti ritornati al campo. I primi che vediamo sono quelli in metallo, i peggiori: cubi di metallo di 6 metri per 3 disposti in due lunghe file sovrapposte (per cui chi abita nel cubo sotto, vive in continuazione col frastuono creato dai movimenti delle persone che vivono sopra, in un rimbombare metallico incessante), gelidi d'inverno e roventi d'estate, con i pavimenti in legno truciolato che sono marciti dopo due anni (solo chi se lo può permettere, li sta ri-pavimentando con piastrelle, per cui nello spazio dei container è come stare in un cantiere aperto, con la polvere dei lavori che si unisce a quella del campo). Non ci sono impianti fognari, tra lo spazio delle pareti file di panni stesi ad asciugare, rivoli d'acqua misti a detriti e immondizia, l'odore assorda come il rumore dei centinaia di passi dei bambini che giocano sulle scale, di donne che preparano il pasto della festa sulle soglie, gli uomini a cercare un lavoro.
Ma fuori da ogni uscio, in fioriere improvvisate: piantine aromatiche, micro-orti in vaso, un geranio, un basilico.
Anche le strutture che l'Unrwa (United Nation Relief and Work Agency) ha allestito per la scuola, sono costituite da due piani di container in metallo, in cui si accalcano all'incirca 5000 studenti ogni giorno, per 45 docenti circa, costretti a dividere la giornata in due diversi turni di studio, in modo da permettere a tutti di andare a scuola, anche se in situazioni di totale sovraffollamento (in serata, il padre professore di uno dei ragazzi che lavorano al centro, condividerà con noi la frustrazione di non poter dedicare abbastanza tempo a ciascuno dei suoi allievi e di rendersi conto di dare una cattiva istruzione, ma trasmetterà anche la sua tenacia, la sua determinazione nel cercare di fare al meglio il proprio lavoro).
I container che visitiamo subito dopo presentano caratteristiche ”migliori”: quelli nella zona più centrale sono in muratura e quindi più isolati dagli agenti esterni, ma ogni nucleo familiare di 10 persone ha comunque, a propria disposizione, due moduli 6 metri per 3 (bagno, cucina e spazio per dormire/abitare) uno dei quali spesso viene destinato allo spazio per una piccola attività commerciale. Dai soffitti s'infiltra l'acqua piovana o dei cassoni di stoccaggio sui tetti, i soffitti vengono isolati con cartoni sotto i quali però si annidano piccoli insetti che procurano, soprattutto ai bambini, dermatiti allergiche.
Stessa situazione nei container più esterni al campo, che però sono su un piano solo, e hanno i pannelli fotovoltaici sui tetti, cosa che mi farà commentare piuttosto a sproposito: «beh, questi sono i container “migliori”». Perché presentano gli stessi problemi degli altri: sovra affollamento, nessuna forma d'isolamento termico, niente fognature e in più sono davvero lontani dalle scuole e dal mercato, completamenti dislocati rispetto alla geografia originaria del campo. Per quanto siano circondati dal verde, in quello stesso verde si annidano i serpenti velenosi, e i piccoli orti dietro le case si affacciano sul panorama del resto del campo distrutto.
Il campo: ci addentriamo nella zona ancora distrutta accompagnate da M., che ci dice che da ora in poi dobbiamo fare molta attenzione con le nostre macchine fotografiche, perché tra i ruderi dei palazzi si nascondono i soldati dell'Esercito Libanese, e se ci trovano a fotografare ci sequestrano le apparecchiature, ci trattengono e probabilmente arrestano il nostro accompagnatore (che, da dopo i bombardamenti e la distruzione del campo, cioè da due anni, è stato arrestato all'incirca 22 volte per motivi come questo – permettere di fotografare le condizioni del campo agli osservatori stranieri o perché era stato ad una manifestazione -). Senza le immagini è impossibile descrivere lo sfacelo della distruzione, la chiara percezione dell'accanimento con il quale ogni edificio è stato martoriato, ovunque detriti che ingombrano quelle che erano le strade; non un edifico integro: ovunque muri accartocciati su se stessi dai quali emergono spuntoni ritorti delle anime del cemento armato e sopra i quali, pericolosamente, furtivi si aggirano bambini che cercano di recuperare il ferro per rivenderlo alle discariche vicine. Dei palazzi, quelli che non sono crollati sotto le bombe sono stati dati alle fiamme, trasformati in antri neri di fuliggine. Tra le macerie, corrono fili spinati e dietro i fili, appostati, i soldati libanesi, che controllano il nostro passaggio.
Mentre stiamo uscendo dalla zona distrutta, passiamo di nuovo davanti allo spazio che prima era il campo vecchio. M. indica un punto nella landa desolata e dice: « Lì c'era la mia casa. Mia madre ha lavorato tutta la vita per costruire una bella casa per i suoi figli e c'era riuscita: avevamo una bella e grande casa. Mia madre poi è morta di cancro un mese prima dell'inizio dei bombardamenti, ma è riuscita a vedere il suo sogno realizzato prima di morire...». E sul viso del giovane che per tutto il pomeriggio ci ha accompagnato riuscendo a mantenersi anche lieve e sorridente, scorrono due lacrime silenziose.
E restiamo in silenzio anche noi, come siamo rimaste in silenzio molte volte questo pomeriggio, ingabbiate nella nostra sensazione d'impotenza. Come quando una signora anziana ci è venuta vicino dicendoci che dovevamo aiutare tutta la sua gente, che dovevamo dire che cosa era successo alla sua casa e a quella degli altri, che lei non aveva più la sua casa, aveva perso i suoi amici, che voleva morire intossicandosi con l'acqua contaminata per non dover più vivere in quel posto che non era la sua casa, senza i suoi amici e i suoi vicini, circondata da gente estranea e anche indifferente. Non abbiamo saputo che dire, mentre registravamo anche noi che, soffocata dai problemi materiali enormi!!! anche la solidarietà umana tra vicini si sta sgretolando, nella fatica delle esistenze coatte e della miseria.
La giornata volge al termine, il sole cala e il campo si anima per la fine del digiuno. Torniamo al Centro. I ragazzi mangiano insieme, poi improvvisano la Dabka (danza tradizionale palestinese) mentre i bambini della squadra di calcio, con le loro divise, si distribuiscono sul campo da gioco all'ingresso; salta il generatore del faro che illumina l'area di gioco, ma loro continuano lo stesso l'allenamento. Su un mobile dell'ufficio in cui ci riuniamo per parlare di progetti futuri insieme, campeggiano i trofei dei tornei di calcio vinti dai bambini. Intorno le foto delle attività del Centro, degli spettacoli di clownerie organizzati in questi anni.
E' sera ormai, dopo gli ultimi saluti dobbiamo andare, il viaggio di ritorno a Beirut durerà due ore.
Nella testa tanta voglia di fare, di tornare e non sentire l'impotenza di fronte ad un mondo sconvolto e violentato e negli occhi le lacrime e i sorrisi, e la dignità.
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